La compassione è la vera comunicazione

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Published on 22 aprile 2018 by

È la compassione la vera forma di comunicazione, quella che ci apre le porte verso gli altri individui, al di là di tutte le differenze che li caratterizzano e che ci caratterizzano.

L’etimo della parola “compassione” risale essenzialmente al tardo latino ed è sostanzialmente la composizione di due parole: cum+passione, che significa “provare la stessa passione“.

È quel sentimento che ci fa fare nostro il dolore e la sofferenza altrui, è ciò che ci rende empatici, ciò che ci rende umani, in definitiva.

L’ambientazione storica di questo video è a Kanchanburi, in Tailandia, durante la seconda guerra mondiale, quando le forze giapponesi che avevano invaso il Paese hanno costretto i prigionieri di guerra a costruire una ferrovia che porta in Myanmar.

Questa ferrovia fu costruita per passare il fiume Kwai, la scena di un famoso film.

Come in molti altri Paesi che sono stati invasi dalle forze giapponesi e tedesche, durante la Seconda Guerra Mondiale, c’erano molti uomini coraggiosi, donne e bambini che hanno rischiato la vita per aiutare i rifugiati, i prigionieri di guerra, le cellule di resistenza, le forze alleate e i feriti.

Nel video si vede la figlia di quello che fu un prigioniero di guerra recarsi nei luoghi di carcerazione del padre per cercare qualcuno che lo avesse conosciuto, cercare qualcuno che gli potesse spiegare quale fu la ragione che indusse il padre, una volta finita la guerra, a dismettere la mentalità del militare e a diventare un filantropo, un volontario in aiuto dei più deboli.

Nel video appare un’anziana donna che finalmente riconosce, in quella vecchia fotografia, l’uomo che aiutò durante la guerra, l’uomo che stremato dalla fatica e dal dolore delle torture, implorava aiuto.

La figlia chiede allora alla donna cosa disse a suo padre, cosa gli disse di talmente tanto importante da fargli attuare quella conversione, da farlo diventare quell’uomo probo che aveva dedicato il resto della sua vita ad aiutare gli altri.

L’anziana donna, commossa dal ricordo, tende la sua vecchia mano e prende la mano della giovane.

In questo contatto umano si vede, quasi come in un flashback, lo stesso contatto umano che avvenne tra la donna, allora giovane, e quel soldato che doveva essere considerato nemico.

Un tocco, una stretta di mano per far capire a quel soldato che anche lei provava la sua stessa passione, che avrebbe voluto aiutarlo.

Questo gesto di umanità costò anche alla donna le medesime torture che erano toccate il militare.

La scena ritorna ai giorni nostri, alla stretta di mano tra questa ormai anziana signora e la figlia di quel soldato, con quest’ultima che tra le lacrime le chiede: “allora non gli disse nulla?”.

Forse la figlia non aveva ancora capito che quel gesto, quel solo gesto di umana compassione, era stata la causa del ritorno della fede del padre nell’umanità, la causa della rinascita della sua speranza in un mondo migliore, diverso, di cui egli stesso volle rendersi protagonista in positivo.

La guerra è una cosa orribile, ma anche in tutta quell’oscurità, molti hanno scelto di condividere il meglio dell’umanità. La compassione è un dono bello e potente che, oggi più che mai, è necessario in tanti posti del mondo.

È un potere incredibile che tutti noi abbiamo a nostra disposizione.

Usiamolo.

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